sabato 15 dicembre 2012

Minaccia alla pace... (MI SFOGO)

L'omosessualità è una minaccia alla pace... (Così, per chi non lo sapesse, ha esordito Benedetto XVI)

Le religioni chiuse e ignoranti sono le vere minacce alla pace. Chi si fa promotore di pace solo per antonomasia ma poi nei fatti e nelle parole dimostra un assoluta incoerenza alla radice di tutto. Non è accettabile e soprattutto è disgustoso che una persona come un Papa si possa permettere di dire nel 2012 che i gay sono una minaccia per la pace,quando nel mondo ci sono conflitti armati e guerre portate avanti per ideali per lo più religiosi (basti guardare a Israele e Palestina),e la cosa vergognosa è che nessuno ha mosso una parola per la pace in questo senso. Non accuso il Papa in quanto tale perchè questi sono solo i deliri di un pazzo e pazzi non sono giudicabili,ma critico il popolo cristiano che è gregge di un pastore delirante e pecora alla vista dell'uomo libero. Il popolo cristiano ha una responsabilità e un forte potere e vista la responsabilità si merita anche la colpa,la colpa è quella di non essersi dissociato,di esser stato omertoso come spesso accade ma questa volta più delle altre,un popolo che professa la pace e la "tolleranza" non può fingere di non aver sentito delle bestemmie così grosse come quelle pronunciate da Benedetto XVI,il popolo cristiano ha ascoltato e ancora una volta ha ignorato e come tale si merita la sua parte di colpa. Non nutro alcun tipo di riserva nei confronti dell'umanità,ancor più nei confronti dei cristiani,o almeno di quelli che hanno deciso di staccare la spina della coscienza per adeguarsi al gregge dell'ignoranza, quelli li disprezzo maggiormente e li colloco ad un gradino ancor più basso dei pedofili e dei politici,certo è che avranno una buona compagnia.

domenica 28 ottobre 2012

Il Gatto (in Scatola) di Schrödinger


Proseguo la serie di articoli sulla fisica quantistica parlando del famosissimo paradosso inventato da Erwin Schrödinger nel 1935 per evidenziare le lacune dell’interpretazione classica della meccanica quantistica.
DISCLAIMER: nessun animale è stato maltrattato durante questo esperimento.
Prima di tutto chiariamo subito che l’esperimento in questione è un’esperimento mentale, pensato per mettere in luce i problemi “filosofici” della meccanica quantistica.
Nessuno ha mai messo dei gatti in una scatola.
Uno dei principali meriti della fisica quantistica è stato proprio quello di riuscire a descrivere questi due concetti in modo univoco… e i successi di questa teoria sono sotto gli occhi di tutti (dai transistor alle memorie SD fino gli acceleratori di particelle e alla crittografia quantistica, giusto per dirne alcuni).
Nonostante gli evidenti successi e le ripetute conferme alla teoria, dopo quasi cento anni ci sono ancora grandi dubbi sul senso che bisogna dare all’universo dell’infinitamente piccolo… chi si applica per cercare di capire PERCHÈ la materia si comporta in un certo modo di solito ne esce sconsolato, accontentandosi di capire COME funziona(cosa già piuttosto complessa).
Purtroppo però anche solo limitandoci a capirne il funzionamento prima o poi ci si scontra contro certi esperimenti, come quello del gatto di Schrödinger, che hanno lasciato e continuano a lasciare nel dubbio anche i più esperti fisici al mondo.


- Prendiamo un gatto.
- Prendiamo una scatola d’acciaio.
- Prendiamo un contatore Geiger (uno strumento che misura le radiazioni provenienti dal decadimento di certe particelle).
- Prendiamo una minuscola quantità di sostanza radioattiva (talmente poca che la probabilità che uno dei suoi atomi decada nell’ora successiva è del 50%).
- Prendiamo una fialetta contenente del cianuro.
Mettiamo la sostanza radioattiva nel contatore Geiger, collegandolo ad un martelletto che viene azionato solo nel momento del decadimento di un’atomo della sostanza radioattiva… sotto al martelletto appoggiamo la fialetta di cianuro.
Inseriamo lo strumento mortale insieme al gatto nella scatola d’acciaio, chiudiamola e lasciamola così per un’ora.
A questo punto, se ricadessimo nel 50% dei casi in cui un atomo della sostanza radioattiva decade entro un’ora, il gatto morirebbe avvelenato, altrimenti lo troveremmo vivo.
(Evidentemente la probabilità che un gatto resti in una scatola aspettando il decadimento di un atomo è pari a zero, ma questo è un altro discorso… evidentemente Schrodinger possedeva un cane).
nb: dire che un atomo “decade” significa dire che emette delle radiazioni durante il passaggio da uno stato instabile ad uno più stabile

L’ipotesi

Il sistema che abbiamo creato segue le regole della meccanica quantistica, perché il decadimento nucleare è un processo che avviene a livello microscopico.
Secondo la fisica quantistica (nella sua interpretazione ufficiale, quella chiamata “di Copenaghen“), se NON si osserva esplicitamente il comportamento dell’atomo radioattivo, quest’ultimo si trova in una sovrapposizione di stati: è sia decaduto che non decaduto.
L’atomo quindi resta in una sovrapposizione dei due stati fino all’atto dell’osservazione da parte dello scienziato che causerà il cosiddetto “collasso della funzione d’onda” (detta in breve: solo l’esplicita osservazione del fenomeno renderà coerente lo stato dell’atomo che sarà decaduto oppure no uscendo dalla condizione di sovrapposizione di entrambi gli stati).
n.b.: questo stato di sovrapposizione non è solo una “teoria”, ci sono decine di test sperimentali che mostrano come delle particelle si comportano in un modo spiegabile solo postulando la sovrapposizione tra due stati a diversa probabilità, che diventano uno solo nel momento in cui si cerca di osservarne il comportamento.

 l’interferenza della particella/onda viene distrutta dal tentativo di localizzare e quindi “osservare” la particella, ma senza alcuna osservazione l’atomo rimane in una sovrapposizione di stati, è quindi è allo stesso tempo in una e nell’altra fenditura, delocalizzato.
Le particelle subatomiche esistono quindi in più stati contemporaneamente, sono pura potenzialità: sono una “sovrapposizione”, o somma, di tutte le probabilità. Il ruolo dello scienziato, che osserva la particella e cerca di misurarla, sembra quindi influenzarla perchè rende reale qualcosa che prima era solo unapossibilità o una somma di probabilità.
Come già detto, questo incredibile comportamento è quello attualmente accettato e confermato dai fatti: funziona perfettamente in tutti gli esperimenti e ha permesso di realizzare tecnologie che usiamo tutti come ad esempio le memorie SD delle fotocamere (che usano l’effetto tunnel).
Lo stato della particella infatti, pur essendo in una sovrapposizione di stati poco comprensibile rispetto al consueto modo di vedere il mondo, è matematicamente rappresentabile e calcolabile nel tempo seguendo le equazioni di Schrodinger (sì, sempre lui), facendo uso della notazione di Dirac (non proseguiamo oltre ma se volete approfondire partite da wikipedia).
Tutto questo è incredibilmente controintuitivo e causa paradossidifficilmente spiegabili come quello del gatto di Schrodinger.

Ma il gatto?

Così come nell’esperimento delle due fenditure, l’atomo radioattivo nella scatola è contemporaneamente in due stati: decaduto e non decaduto. Quindi, dice Schrodinger, anche il contatore Geiger sarà in due stati: attivato e non attivato. Così anche la fialetta di cianuro è quindi contemporaneamente rotta e integra e infine possiamo dire che il gatto è  sia vivo che morto.
Tutto questo solo fino all’osservazione e all’apertura della scatola!
Secondo la teoria quantistica ortodossa infatti una volta aperta la scatola e osservato il sistema sia l’atomo che il martelletto e di conseguenza il gatto assumerebbero uno stato unico e coerente.
Qui nasce il paradosso, perchè ovviamente Schrodinger non sosteneva la possibilità che un gatto potesse essere vivo o morto, ma voleva dimostrare che la sovrapposizione degli stati postulata dalla meccanica quantistica non è una soluzione accettabile, non è come funziona davvero la realtà.
Da qui le famose battute sul gatto di Schrodinger sia vivo che morto, sentite in molti libri, film e programmi TV (beh, almeno in quelli che leggo io).

La domanda

Davvero un sistema quantistico può restare in uno stato  “matematicamente definibile” ma “oggettivamente indefinito”?
Se sì, allora anche i martelletti, i gatti e gli uomini possono finire in certi stati fisici non definiti o definiti solo come somma di probabilità?
Oggettivamente, non è possibile.
Allora in quale punto della catena bisogna smettere di parlare della sovrapposizione degli stati e iniziare a ragionare come se fossimo fuori dal mondo quantistico? C’è un limite dimensionale? Un limite mentale?
In definitiva la domanda è: esiste una separazione tra regime quantistico e regime classico?
Se esiste, come sembra dimostrare il paradosso di Schrodinger, cosa separa il mondo quantistico da quello classico?
A questa domanda non c’è ancora una risposta definitiva.
Non è chiaro dove si debba porre il confine tra mondo quantistico e mondo classico, nè perchè esso esista… il collasso della funzione d’onda è un postulato.

La bellezza e la cosa affascinante di tutto questo è che queste cose a livello atomi e sub-atomico accadono di continuo,siamo circondati ma particelle che interagiscono con se stesse e da queste interazioni il risultato sarà una mera probabilità che un dato evento possa accadere o meno.
Più studio la fisica e la natura in generale e più mi accorgo di quanto la conoscenza umana in merito a molte cose sia molto limitata,la fisica quantistica è assai difficile da comprendere perchè bisogna uscire da alcuni schemi logici per poter capire il comportamento degli atomi e delle particelle.Ora una delle altre grosse domande è capire qual'è il limite di demarcazione tra fisica quantistica e fisica classica,quando una particella è abbastanza grande da non rispettare più le leggi della meccanica quantistica?



mercoledì 22 agosto 2012

Fotografia che Passione.

Da parecchi anni mi dedico alla fotografia e nell'ultimo periodo in maniera piuttosto intensiva e quasi maniacale. Vorrei proporvi le mie pagine così da poter condividere con voi i miei scatti e ricevere le vostre critiche e i vostri commenti. Grazie.

https://www.facebook.com/SimoneMonguzziPhotographer (Pagina Facebook)

http://www.flickr.com/photos/simone_monguzzi_photographer/ (Profilo Flickr)

martedì 3 luglio 2012

Richard Feynman - Si può essere monoteisti nel multiverso?


Questo articolo non è mio,per quanto ne capisca di fisica ma non fino a questi livelli più sottili,ma vi consiglio di leggerlo perchè prescinde da ogni conoscenza in materia.

Richard Feynman (nella foto) è stato uno dei più grandi fisici del secolo scorso. Premio Nobel nel 1965, fu un talento precocissimo e autodidatta in matematica. Era anche un uomo spiritoso.
Nel suo libro sulla QED, l’elettrodinamica quantistica (La strana teoria della luce e della materia, Adelphi, 1989) scriveva (riassumo il senso): “Sto per parlare di una cosa che non capirete. Tranquilli, non mettete via il libro: non la capiscono neppure i miei studenti. E la ragione principale è che non la capisco neanch’io. Siccome noi fisici abbiamo imparato a convivere con questa situazione, potete farlo anche voi. Il mondo subatomico è strano, e le teorie che lo rappresentano non possono essere meno strane. Tuttavia, il problema non è decidere se una teoria è bella, filosoficamente parlando, o facile da capire, o ragionevole. Il problema è vedere se fa predizioni in accordo con i risultati sperimentali.”
Dopodiché, spiegava cose intricate (l’analisi probabilistica della QED) senza, apparentemente, far nulla per renderle più comprensibili. Poi, però, forniva un esempio: supponendo di applicare tutto l’ambaradam quantistico alla misura della distanza tra Los Angeles e Nuova York (un po’ meno di 4000 Km), il calcolo teorico e la misura sperimentale certamente fornirebbero due valori distinti. Ma l’errore sarebbe inferiore allo spessore di un capello umano. In altri termini: teoria ed esperimento (quantistico) collimano fino alla decima cifra decimale.
Che Feynman capisse benissimo ciò di cui parlava è del tutto ovvio. Ma il messaggio è che la QED può anche essere incomprensibile ai più, o perfino sgradevole, ma se rappresenta la realtà con impressionante precisione, non si può ignorarla solo perché non la si capisce o descrive un mondo repellente ai nostri sensi.
La cosmologia moderna raccoglie sempre più indizi sulla possibile esistenza di una infinità di universi. La “creazione”, cioè il big bang, potrebbe non essere un evento unico e irripetibile, ma cosa ordinaria che si ripete costantemente in qualche punto del multiverso, dando luogo ad un nuovo universo, che risponde a leggi fisiche diverse dalle nostre.
Di questi infiniti universi, molti sono vuoti. Altri fatti di “nulla”: gas ed energia. Altri sono identici al nostro. Qualcuno ha calcolato che solo nel “nostro” universo (cioè la nostra bolla di Hubble) dovrebbero essere presenti 10 elevato alla potenza ventesima (100.000.000.000.000.000.000, cento milioni di milioni di miliardi) pianeti simili alla Terra.  La probabilità che esistano infinite copie di ciascuno di noi stessi è maggiore di zero.  Sono immaginabili forme di intelligenza non biologiche, fondate su elementi che non siano il carbonio (sulla Terra si sono scoperti batteri che si alimentano di silicio; altri “mangiano” mercurio). Che cosa si potrebbe sapere, o ipotizzare, delle loro “filosofie”, credenze, etiche? La vita biologica stessa potrebbe avere avuto origine, sul nostro pianeta, non nei mari, ma sotto terra, a grandissima profondità, pressione e temperature.
Intere filosofie (peraltro ancora seriosamente insegnate nelle nostre università), e le maggiori religioni monoteistiche occidentali, sono state fondate sul credo che l’universo sia unico, che sia stato creato per permettere all’Uomo di abitarlo e signoreggiarlo. La creazione è raccontata come un evento, a sua volta, unico ed irrepetibile. La vita terrena, nel Cristianesimo, ad esempio, viene considerata una parentesi avente per scopo principale quello di sottoporci a innumerevoli prove in vista di una vita futura.
Uno dei problemi dei monoteismi moderni ha la medesima origine per tutte le religioni monoteistiche i cui testi sono stati scritti nell’antichità (Bibbia) o comunque in tempi bui, come il Corano. Sono testi il cui impianto complessivo non supera il vaglio di una mente moderna. Contengono un messaggio etico, uno morale, dettano norme socio-politiche e costruiscono una filosofia che tenta di “spiegare” il mondo fisico. Sono, tutti quanti questi testi, una sorta di Teoria del Tutto avanti lettera. Essi vengono comunque difesi strenuamente, mutandone, quando possibile, l’interpretazione. Oltre all’ovvio interesse terreno di preservare l’organizzazione del suo clero, c’è da domandarsi perché si cerchi di salvare “il messaggio” nella sua interezza, anzichè abbandonare quelle parti che sono in tutta evidenza indifendibili.
La ragione è che incrinare una parte del messaggio spesso significa dover rassegnarsi a distruggere altre parti essenziali alla sopravvivenza del Credo. Pensiamo al concetto cristiano di peccato dell’umanità. In assenza di una creazione, non c’è una creatura da collocare nel Paradiso (sia pure interpretato in senso mitico), e da scacciare perché commette peccato. Che questa sia una idea filosoficamente repellente, poco importa. Tuttavia è funzionale al Credo: giustifica e rende necessario un Dio che si faccia uomo e che si faccia crocifiggere per redimere l’umanità. Se il “peccato” non esistesse, il Cristianesimo perderebbe il suo “scopo” sociale più prezioso: la Redenzione dell’Umanità, e la promessa di vita eterna.
Pensiamo al Dio del Vecchio, ma anche a quello del Nuovo Testamento: è un Dio, si afferma, di misericordia. Ma crea l’uomo e gli permette di diventare un peccatore. Lo espelle dal Paradiso e lo condanna ad una vita di stenti e di miserie.  E, cosa filosoficamente ancor più inaccettabile, tollera la presenza del Male nel mondo. Non solo di quello compiuto coscientemente, per libera scelta, dall’uomo sull’uomo. Ma anche di quello indifferenziato, indifferente, ineluttabile per troppi esseri umani innocenti: malattie, fame, miseria. Questo è un Dio terribile, non di misericordia. Giudica e condanna a pene infinite la sua creatura, quella che, vogliono farti credere, Egli ama, avendola creata a Sua immagine e somiglianza.
Che immagine di Dio ci formeremmo se, invece di una sola Umanità, ve ne fossero molte o infinite, e tutte egualmente condannate alla sofferenza e al male? Crederemmo che per ciascuna è stato necessario, è e sarà necessario in futuro il suo Cristo crocefisso per la propria Redenzione?
Mario Giardini


QUESTO ARTICOLO LO TROVATE SU :


Se l'articolo vi è piaciuto vi consiglio di leggere IL GRANDE DISEGNO di Stephen Hawking. Edito da Mondadori.

sabato 30 giugno 2012

La ranza del nonno...

E' un attrezzo che mi ha sempre affascinato sin da piccolo,un pò perchè sono sempre stato affascinato dalle tradizioni contadine che piano piano stanno cadendo in disuso,un pò anche perchè la associo a mio nonno,un nonno che non ho mai conosciuto un eroe nella mia fantasia,un eroe comune come tanti in quel periodo,il nonno che di giorno lavora alla Falck di Dongo e una volta al mese quando calava il sole e la luna in cielo era piena,indossava la sua briccola e diventava uno spallone ( Anche se preferisco chiamarlo SFRUSADUU, che de riva da de sfroos,ovvero che vanno di nascosto),contrabbandava sigarette e dadi di pollo,qualcosa di innocente insomma nulla a che vedere con i contrabbandieri di oggi. Mia mamma mi racconta spesso di quando andavano nei campi in estate a raccogliere il fieno e mi piace immaginare mio nonno in mezzo ad un campo che impugna la sua ranza e falcia l'erba,alla cinta ha un "cudee" (scusatemi ma i termini italiani di certi attrezzi non li conosco),un corno di bue cavo che conteneva la "cuèt" una pietra che si usava per affilare la lama della ranza. Me lo immagino ancora così mio nonno,immerso nel verde delle valli comasche che canta e taglia l'erba e di notte quando c'è la luna piena si incammina sulla strada dei contrabbandieri verso la svizzera con la sua briccola piena di speranze,come la speranza di riuscire a tornare a casa...

Qualche volta mi capita ancora di tagliare il prato con la ranza e almeno per me è una cosa bellissima,sentire il profumo dell'erba il silenzio della natura che ti parla e la coscienza di conoscere ogni passo del mio giardino,ogni singolo sasso ogni pianta,so chi è,conosco la sua storia. E' una sensazione indescrivibile quella di unire la fatica della falciatura con la meraviglia di trovarsi a stretto contatto con la natura. E forse questo è quello che mi è rimasto di mio nonno è rimasto dentro e ho paura che prima o poi tutto questo possa scomparire,tempo che certe tradizioni ma anche soltanto certi modi di pensare e di intendere la natura possano scomparire,sormontati dagli impegni quotidiani e dalla tecnologia onnipresente in ogni secondo della vita. Per me la falciatura del prato è un momento terapeutico più di qualsiasi altra medicina... spero davvero che possiate intendere e capire quello che cerco di spiegarvi,perchè certe sensazioni sono davvero difficili da scrivere bisogna per forza viverle.

giovedì 14 giugno 2012

Se questa non è omofobia...

PONTIFEX il giornale online di stampo cattolico osservante intitola così..."OMOSESSUALE GUARITO: UN ALTRO EX GAY FA “COMING OUT”. L’OMOSESSUALITÀ NON È GENETICA, NE SONO USCITO".
Davanti a questo titolo resto perplesso,omosessuale guarito?
Si guarisce da una malattia,quindi la chiesa reputa l'omosessualità una malattia?
Scettico vado cercare sul sito della OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e noto con piacere che non è annoverata ne tra le malattie ne tra i disturbi della personalità, questa voce è stata cancellata negli anni 80 in quanto l'omosessualità non è una malattia.
Non contento mi reco sul sito della ASA (American Psychiatric Association) e più in particolare cerco DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) uno dei sistemi nosografici per i disturbi mentali più utilizzato da medici, psichiatri e psicologi di tutto il mondo, sia nella clinica che nella ricerca, e anche qui non trovo nulla che attesti che l'omosessualità possa essere una malattia o un disturbo del comportamento.

Detto questo ho fatto alcune riflessioni:
Visto che nessun studio dimostra che l'omosessualità sia una malattia,significa che non lo è.
Questo giornale quindi dice il falso,e non solo,asserendo che si possa guarire da una cosa che malattia non è,l'unica cosa che si dimostra è che è una cosa del tutto naturale e normale.
E' paradossale anche il solo pensare che una cosa normale sia una malattia,sarebbe come dimostrare che tutti quelli a cui piace il gelato al gusto pistacchio sono malati solo perchè a me il pistacchio non piace e reputo malata quella persona a cui piace.
Ed ecco che arriva la xenofobia,la paura del diverso e nello specifico l' omofobia che purtroppo in italia non è un reato,ma potrebbe essere una malattia,una malattia molto particolare perchè nella sua forma più grave uccide solo chi ne è immune,quindi pensando alle peggiori delle ipotesi per vivere in un mondo "sano" (sto sforzandomi di pensare come colui che ha scritto questo articolo delirante) ,dovremmo essere tutti portatori sani di omofobia,per non essere uccisi... che malattia bizzarra...

Tirando le fila di questo delirio su un articolo ancor più delirante,ricordo a tutti i cattolici osservanti e non che essere omosessuali non è una malattia,non ci si cura e non ci si guarisce,la vera malattia è il non accettare le persone diverse,qualsiasi esse siano...

E vorrei rivolgermi anche a chi scrive certe idiozie dall'astenersi perchè purtroppo o per fortuna la gente legge e leggendo questo articolo capisce che essere diversi significa essere malati ma così non è. In oltre vorrei anche dire a chi governa la chiesa dai preti di paese al papa che dovrebbero essere loro a dare l'esempio, che tanto professano l'amore e la fratellanza, ma io in queste affermazioni ne vedo poco sia di amore che di fratellanza e anche il loro silenzio davanti a questi fatti e affermazioni dimostra unicamente la loro totale approvazione della omofobia e dei suoi gesti fino a quelli più duri e disdicevoli,in questo caso più che mai il silenzio è assenso...

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sabato 9 giugno 2012

CROCE ROSSA REGALASI



Se il precedente schema era inaccettabile, quest’ultimo sembra frutto di una follia! In nome di un “riordino”, demolirebbe irreversibilmente la nostra Croce Rossa con la dismissione del suo enorme patrimonio ed il licenziamento di un consistente numero di dipendenti, sia civili che militari! La privatizzazione avverrebbe per fasi … forse per dar tempo a tutti coloro che la amano e che la sentono un po’ propria, di mandare giù questo boccone amaro. Il processo inizierebbe all’inizio del 2014 per terminare a fine 2016, anche se la dismissione di parte del patrimonio della Croce Rossa avverrebbe dal momento successivo, l’approvazione del decreto è ora in esame presso il Ministero della Salute, della Difesa, dell’Economia e Finanza. La bozza di decreto prevede che da una Croce Rossa se ne formino due: una pubblica ed una privata! Quella pubblica avrebbe la funzione di supporto tecnico-logistico a quella privata, attraverso la concessione in uso completamente gratuito di personale, beni mobili ed immobili. Quella privata, invece, introiterebbe le somme derivanti dai servizi svolti mediante le strutture anzidette. Chissà cosa ne pensa la crocerossina Monti, moglie del più noto Presidente del Consiglio Mario Monti, di questa bozza di decreto! Magari ce lo farà sapere scrivendo al tuo blog.
Il malessere degli appartenenti alla CRI è tangibile, e nemmeno il codice etico predisposto ad hoc dall’Amministrazione per tappare la bocca a coloro che vi operano, riuscirà ad impedirne la manifestazione.
I bilanci degli anni dal 2005 al 2011 della Croce Rossa riportano una serie di dati incomprensibili, che solo un bilancio analitico potrebbe tradurre. Perché la CRI non pubblica i bilanci analitici, come previsto dalla normativa vigente? Fra le motivazioni per la privatizzazione, vi è il risanamento dei debiti, fra cui quello verso SI.S.E. (società di totale proprietà della CRI). Leggendo tra le righe della relazione tecnica, nella parte che ne riguarda la scandalosa questione, si mette in evidenza l’urgenza di pagare alla SI.S.E. un decreto ingiuntivo reso esecutivo, come se la CRI non avesse il potere di sospendere un’azione da sé stessa messa in atto in qualità di proprietaria; senza tener conto che il debito verso la SI.S.E. per servizi che la stessa ha svolto per conto della CRI in favore della Regione Sicilia, potrà essere compensato quando la medesima Regione corrisponderà alla CRI somme equivalenti!
Come si fa a far capire a chi vuole la privatizzazione che la CRI siamo tutti noi! Non si può privatizzare un bene comune, di tutti i cittadini, dei suoi dipendenti e dei suoi volontari, che giorno dopo giorno prestano la loro opera in ogni Comune d’Italia a beneficio dei più bisognosi! Di lavoro la CRI ne ha parecchio, soprattutto in questo particolare periodo storico, dove guerre e calamità naturali sono all’ordine del giorno! Sentirsi parte di questa realtà fa sentire i cittadini meno soli e più al sicuro!
Se il Governo vuol tenere in vita la Croce Rossa deve farla restare pubblica. Invece di una privatizzazione con la finalità di “diminuire” il contributo pubblico, potrebbe darle delle deleghe. Sapere in maniera chiara i servizi che la Croce Rossa dovrebbe svolgere in esclusiva e per quale compenso, sarebbe un passo avanti verso la trasparenza nella gestione di questo Ente pubblico, il cui controllo oggi risulta difficile. Per far funzionare la CRI e ridurre il contributo pubblico, non serve privatizzarla, basterebbe una gestione economico/finanziaria oculata e partecipata, bilanci trasparenti, tesoreria unica, messa a reddito di tutto il patrimonio immobiliare non utilizzato per compiti istituzionali, soppressione di figure apicali quali ad esempio quelle dei capi dipartimento! Basterebbe poco, basterebbe volerlo! Loro non si arrenderanno mai, ma gli converrebbe farlo, noi neppure!"


E IO PAGO.